Psicologi insicuri? Fatevi aiutare da Picasso!


Prestazioni da cinque minuti… e una vita

 

Capita talvolta di sentire l’esigenza di fermarsi, per fare il punto della situazione, un bilancio. Ci si guarda allora indietro, e ci si accorge di quanta strada si sia percorso finora, di quante nozioni si siano apprese e di quante ci siano passate attraverso. Ed è a quel punto che, un po’ per raccontarcela e un po’ perché qualcosa da dentro ci dice che è veramente così, nasce la convinzione che la professione di psicoterapeuta non sia fatta solo di nozioni, anche se ci vogliono, chiaramente. Nozioni ed esperienza. Le prime si acquisiscono con lo studio, la seconda con la pratica. Entrambe hanno però una caratteristica in comune, e cioè che sono infinite. Ci sarà sempre qualcuno che ne saprà più di noi e qualcuno che avrà più esperienza di noi. Ed è forse qui, in questo punto, in questo “nodo”, che la nostra identità clinica vacilla. Abbiamo sufficiente conoscenza, sufficiente competenza per poter rispondere in maniera adeguata ad una domanda di aiuto? Siamo nella posizione di poter applicare la “tariffa piena” come uno psicologo bravo? E così, la nostra identità clinica viene minacciata da fantasmi che si materializzano in questi dubbi, e che ci fanno prendere consapevolezza del fatto che la possibilità di un fallimento è molto più pesante dell’oggettività di mille conferme. In realtà una laurea in Psicologia, neanche troppo regalata, e la passione con la quale abbiamo fatto il nostro percorso di crescita, dovrebbero darci tutte le risposte. Ma, come diceva Freud, “spiegare ad un ammalato, equivale a leggere un menù ad un affamato” e dunque rimaniamo con la fame.

Inaspettatamente, però, ci viene in soccorso Pablo Picasso, con una semplicissima risposta, che offre una veduta alternativa, come accade nella migliore tradizione della psicoterapia. Si racconta che Picasso, che aveva appena fatto un ritratto a una donna che insistentemente glielo chiedeva da giorni, pretese una cifra esorbitante. “Ma come, Maestro…” si era lamentata la donna. “Ci ha messo cinque minuti a farlo!” E Picasso aveva risposto: “Sì, cinque minuti… e una vita.”

Il tempo.

Ecco la chiave di lettura, la giusta angolazione dalla quale le domande minacciose perdono ogni tipo di efficacia. Uno schizzo di Picasso, fatto in cinque minuti, può valere una fortuna, ma perché prima di quello schizzo c’è un’infinità di tempo dedicato al disegno ed alla pittura. Quello schizzo è appunto il risultato di una vita. Ciò che si paga, dunque, non è il prodotto di quei cinque minuti, ma quanto è accaduto prima, perché il risultato potesse essere quello.

E per la psicoterapia non può valere la stessa regola? Mettiamo a disposizione del paziente il nostro tempo, che ha un suo costo, perché offriamo competenze che derivano da una vita di studio. Da questa prospettiva, non solo ci si accorge che le domande minacciose perdono di efficacia, ma ci si rende conto che provengono dal recondito nucleo di onnipotenza, quasi sciamanica, del guaritore che nasce il primo giorno che ci si siede ai banchi di Psicologia. Ma noi non diamo una guarigione, non liberiamo il paziente. Offriamo tempo, ascolto, competenze… ed empatia.

Empatia.

Ecco un’altra parola da psicologi. Sono sempre rimasto un po’ perplesso di fronte all’entusiasmo col quale il concetto di empatia mi è stato ripetutamente proposto, e in realtà mi è sempre sembrata una limitazione. Empatia: “capacità di sapersi calare nei panni dell’altro fino a coglierne i pensieri e gli stati d’animo”. E i miei, di panni, che fine fanno? Posso io svestirmi della mia storia personale e calarmi in quella del paziente per soffrire quando lui prova dolore, arrabbiarmi quando è arrabbiato e ridere quando è contento? Stando così le cose allora, è forse più corretto parlare di compassione (cum-pathein), dato che psicoterapeuta e paziente devono condividere le emozioni, le passioni. Ma il paziente ha veramente bisogno di essere compatito? Dubito. O almeno non dallo psicoterapeuta. Compatire non equivale altro che a fare lo stesso gioco, a confermare, ma la psicoterapia è cambiamento e non va dunque nella stessa direzione della conferma. Le emozioni non devono certo essere trascurate, sono materiale importante, ma è forse più utile saper “leggere” l’emozione del paziente e “sentire” come questa risuona dentro di noi.

Da alcuni testi sembra quasi che sia solo il paziente ad esperire un vissuto emotivo, o che la capacità del terapeuta di provare emozioni non conti se non nell’aspetto di sapersi adattare all’emozione del paziente. Ma il vissuto emotivo del terapeuta ha il suo peso nella relazione terapeutica. Quindi, a quali emozioni dobbiamo riferirci, a quelle del paziente o alle nostre? Sicuramente la risposta giusta è “ad entrambe”, con l’accortezza però di saper distinguere, discriminare, le proprie da quelle complementari, vissute dall’altro. L’emozione è uno strumento di comunicazione, e in una relazione il vissuto emotivo dell’uno è in qualche modo influenzato da quello dell’altro. Comprendiamo le emozioni dell’altro perché conosciamo già le nostre, e questo ci serve da strumento di lettura. Ma comprendere non è forse sufficiente. Importante è chiedersi anche da dove nasca l’emozione che viviamo col paziente. È lui che ripete una modalità relazionale che induce particolari vissuti? O nei suoi discorsi certe parole richiamano nostri vissuti personali? Determinante dunque riuscire a riservare uno spazio per le proprie emozioni ed uno spazio per le emozioni dell’altro, così da evitare di sovrapporre la storia personale del paziente alla nostra.

 

foto: http://www.smkp.de/uploads/pics/600px.Picasso_K_1952-56.frei_02.jpg

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Francesco Albanese

Psicologo, psicoterapeuta, giornalista. Da quasi quindici anni mi occupo di divulgazione on-line e su carta stampata. Sono fondatore responsabile delle riviste Neuroscienze.net e QuanticaMente.net. Da sempre interessato agli aspetti psicologici legati alla dimensione spirituale dell’essere umano, sono alla continua ricerca dei punti di incontro tra scienza e spiritualità.

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