Dalla Culla alla Tomba


Attaccamento nell’Infanzia

Benché la teoria dell’attaccamento sia nata con esplicito interesse ai primi anni di vita dell’essere umano, e più in generale dei mammiferi, Bowlby (1979) sosteneva che l’attaccamento è parte integrante del comportamento umano “dalla culla alla tomba” e dunque che il modello dell’attaccamento formatosi durante l’infanzia rimanga relativamente stabile durante lo sviluppo, strettamente vincolato ai primitivi MOI ormai consolidatisi.

Qualora venga data loro la possibilità, tutti i bambini normali si “attaccano” entro i primi otto mesi di vita (Rutter e Rutter, 1993). Il processo, che terminerà verso la fine del secondo anno di età, ha inizio nelle prime settimane con una vicinanza fisica molto stretta, mantenuta inizialmente da azioni dirette dalla figura di attaccamento e regolate dalle risposte riflesse del neonato (quali il pianto o l’aggrapparsi), per portare in poco tempo il bambino a stabilire un’associazione tra la figura di attaccamento ed il conforto e l’alleviamento dello stress. Di norma, verso gli otto mesi, coi tentativi di guadagnare una certa indipendenza di locomozione e con la comparsa della diffidenza verso tutto ciò che è estraneo, il bambino inizia a protestare alla separazione dalla figura di attaccamento e ad utilizzare quest’ultima come base sicura per l’esplorazione. L’angoscia da separazione è da considerarsi l’indicatore per eccellenza che il legame di attaccamento si è stabilito.

Sebbene la presenza di attaccamenti multipli sia normale, le figure di accudimento non vengono trattate allo stesso modo. Bowlby (1969/1980) utilizza il termine “monotropia” per indicare la tendenza a privilegiare una figura di attaccamento particolare tra le tante verso le quali si sono stabiliti dei legami di attaccamento, tendenza funzionale, dal punto di vista evolutivo, a garantire la sopravvivenza del piccolo. Dunque è normale che nel corso dello sviluppo si verifichino dei cambiamenti nella composizione e nella struttura della gerarchia degli attaccamenti, che vedrà la perdita di alcune persone e l’acquisizione di altre, struttura che, secondo Bowlby, non prevede la perdita delle figure genitoriali anche se queste possono, col tempo, passare ad assumere una posizione di secondo piano all’interno della stessa gerarchia, rispetto al partner di un legame affettivo sentimentale. Quando avvenga esattamente il passaggio dall’attaccamento cosiddetto complementare (genitoriale) a quello reciproco (tra pari) non è specificato nella teoria dell’attaccamento.

Attaccamento nell’Adolescenza

Nella prospettiva dell’attaccamento, l’adolescenza è un periodo di transizione. In questa fase della vita, il comportamento di attaccamento pare differenziarsi nettamente dai modelli di comportamento di attaccamento osservati in età precedenti. Gli adolescenti, infatti, sembrano spesso occupati in un attivo e intenzionale allontanamento dalla relazione coi genitori e con altre figure di attaccamento familiari. Tuttavia, la ricerca mostra che l’autonomia degli adolescenti si stabilisce non tanto a discapito della relazione coi genitori, quanto sulla base dell’aggiunta di un insieme di relazioni sicure, che dureranno con molta probabilità ben oltre l’adolescenza (Fraley e Davis, 1997). In questo contesto il sistema dell’attaccamento sembra giocare un ruolo integrale nell’aiutare l’adolescente ad affrontare le sfide maturative.

Fin dalla tarda adolescenza, infatti, è possibile costruire relazioni a lungo termine nelle quali i coetanei (come partner sentimentali o come amici molto stretti) servono veramente come figure di attaccamento, sotto ogni dimensione del termine. Questa non è dunque una fase in cui i comportamenti e i bisogni di attaccamento sono abbandonati, piuttosto è il periodo in cui questi sono gradualmente trasferiti ai coetanei (Allen e Land, 1999), presumibilmente ai partner sentimentali in prima istanza ed agli amici in seconda. Una recente ricerca (Roth e Parker, 2001) riporta che su un campione di 75 adolescenti, con età media 14.5 anni, il 53% delle ragazze ed il 32% dei ragazzi ha dichiarato di essere stato messo in secondo piano dall’amico (o dall’amica) del cuore, nel momento in cui questo era rimasto coinvolto in una relazione sentimentale.

Il trasferimento dei bisogni e dei comportamenti di attaccamento richiede una trasformazione da relazioni d’attaccamento gerarchiche (nelle quali si ricevono principalmente cure da chi le dà) a relazioni d’attaccamento tra coetanei (nelle quali si ricevono e si danno cure e sostegno), e una delle finalità di quest’ultime è proprio quella di favorire lo sviluppo delle relazioni sentimentali che possono divenire relazioni di attaccamento che durano tutta la vita (Ainsworth, 1980, cit. in Allen e Land, 1999). Sia il sistema di attaccamento che quello sessuale/riproduttivo, che in questa fase della vita inizia visibilmente a manifestarsi, spingono verso la costituzione di nuove relazioni tra coetanei, caratterizzate da adeguato fervore, interessi condivisi e forti emozioni, per iniziare ad assolvere alcune funzioni delle antecedenti relazioni genitore-bambino (Allen e Land, 1999). La componente sessuale di queste relazioni può anche aiutare a favorire la componente dell’attaccamento, fornendo motivazioni stabili ad interagire, l’esperienza di emozioni intense, intime, e una storia di un’esperienza unica e condivisa.

Attaccamento in Età Adulta

Una recente ricerca di Hazan e Zeifman (1999) ha tentato di indagare il problema del passaggio da attaccamento complementare a reciproco, attraverso due studi che si prefiggevano di sondare il comportamento d’attaccamento inizialmente nell’adolescenza, poi nell’età adulta. Nel primo studio, ad un campione di 100 partecipanti, compresi in un range di età tra i 6 e i 17 anni, è stata somministrata un’intervista approntata per l’occasione, che indagava dimensioni quali mantenimento della vicinanza, rifugio sicuro, angoscia da separazione e base sicura, con l’intento di rilevare eventuali differenze tra figure parentali e coetanei. Dall’analisi dei dati raccolti è emerso che quasi tutti i bambini e adolescenti erano orientati verso i coetanei per quanto riguarda la ricerca di vicinanza, cioè preferivano passare del tempo in compagnia dei coetanei piuttosto che dei genitori. Un chiaro cambiamento relativamente alla componente rifugio sicuro è emersa tra i partecipanti di età compresa tra gli 8 e i 14 anni, i quali hanno mostrato di preferire i pari ai genitori quale fonte di sicurezza e supporto emotivo. Per la maggioranza, i genitori continuavano ad essere utilizzati come base sicura e rappresentavano la prima causa di angoscia da separazione. Solo negli adolescenti più grandi, tra i 15 e i 17 anni di età, sono stati trovati veri e propri legami di attaccamento ai coetanei, ovvero relazioni con i pari che sembravano contenere tutte e quattro le sopraccitate dimensioni: mantenimento della vicinanza, rifugio sicuro, angoscia da separazione e base sicura.

Nel secondo studio, la stessa intervista è stata somministrata ad un campione di 100 adulti di età compresa tra i 18 e gli 82 anni, raggruppati in base allo stadio di sviluppo della relazione. Pertanto sono stati identificati tre gruppi: relazione non sentimentale, relazione sentimentale che dura da meno di due anni e relazione sentimentale che dura da più di due anni. I risultati di questo studio mostrano che gli adulti risultano essere chiaramente orientati verso i coetanei per quanto concerne il comportamento di ricerca di vicinanza e quello di rifugio sicuro. Ma i risultati relativi alle altre componenti variano in base allo stato della relazione: i partecipanti del gruppo relazione sentimentale che dura da più di due anni tendevano maggiormente a nominare il partner in risposta agli item riguardanti le dimensioni angoscia da separazione e base sicura; quelli con relazione di durata inferiore e quelli non coinvolti in una relazione sentimentale, invece, citavano i genitori quale base sicura e come primaria fonte di angoscia da separazione.

Sembra dunque che nel corso dell’ontogenesi vi sia un arco di tempo entro il quale le quattro dimensioni caratterizzanti l’attaccamento vengano gradualmente trasportate dall’ambito parentale a quello dei pari, per caratterizzarsi nuovamente a pieno in una relazione affettiva sentimentale. È impensabile, infatti, che tale processo avvenga all’improvviso, anche perché, a livello evolutivo, sembra opportuno assumere che abbandonare una relazione che assolve importanti funzioni di protezione, in modo che tali funzioni vengano assolte da un altro individuo, è un tentativo che comporta dei rischi. È immaginabile che gli attaccamenti verso i pari vengano esplorati a partire dalla funzione di base sicura offerta dai genitori (Shaver e Hazan, 1992), che gradualmente le altre tre componenti vengano trasferite ai pari e che la componente base sicura sia l’ultima ad essere trasferita.

È interessante sottolineare che i risultati del secondo studio sopra riportato lasciano intuire che la dimensione base sicura venga trasferita a persona diversa da una figura parentale esclusivamente nel caso in cui tale persona rivesta il ruolo di partner sessuale.

 

foto: http://1.bp.blogspot.com/-I0XjcSvzyNU/TyihKDPY-nI/AAAAAAAAAQI/7Hwbm5Ilruk/s1600/ holding+hands+couple.JPG

Share

Francesco Albanese

Psicologo, psicoterapeuta, giornalista. Da quasi quindici anni mi occupo di divulgazione on-line e su carta stampata. Sono fondatore responsabile delle riviste Neuroscienze.net e QuanticaMente.net. Da sempre interessato agli aspetti psicologici legati alla dimensione spirituale dell’essere umano, sono alla continua ricerca dei punti di incontro tra scienza e spiritualità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *