Disturbi Dissociativi e Teoria dell’Attaccamento


I disturbi dissociativi (DD) sono caratterizzati dalla dissociazione di parti del sé che normalmente si presentano integrate. Non necessariamente, però, a questo fenomeno è da attribuire una natura patologica, dato che normali dissociazioni si verificano comunemente ogni giorno (ne è il classico esempio il guidare fino a casa senza sapere come si sia fatto ad arrivare, tanto si era assorti nei propri pensieri). Tuttavia, come ci ricorda l’attuale DSM-IV TR (American Psychiatric Association, 2000) il problema nasce nel momento in cui “i sintomi causano disagio clinicamente significativo oppure menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo, o in altre aree importanti”.

Quando si parla di DD, subiamo inevitabilmente il condizionamento della narrativa e della filmografia, che ci hanno indotto a pensare al vecchio disturbo da personalità multipla o alla fuga dissociativa. Roba “da grandi”, dunque, ma Perry e collaboratori (1995) sostengono invece che l’evoluzione abbia predisposto il bambino, già da subito, a sperimentare stati dissociativi di fronte ad una minaccia. La dissociazione ha qui una funzione chiaramente adattiva, consentendo al bambino di non essere sopraffatto dall’impatto con lo stimolo traumatico, attraverso il suo sottrarsi all’ambiente. Tutto ha un prezzo, però, e secondo questi autori il bambino che sperimenta sistematicamente stati dissociativi promuove la formazione di pattern neuronali sensibilizzati a questa modalità di reazione. Un po’ come accade quando piove, dove l’acqua è costretta a scorrere attraverso i solchi tracciati dalle piogge precedenti, le esperienze infantili tracciano dei percorsi attraverso i quali le successive strategie adattive avranno maggiori probabilità di presentarsi.

Secondo la Teoria dell’Attaccamento (TdA), gli eventi traumatici prototipici che il bambino può trovarsi sistematicamente a fronteggiare sono le transazioni con un genitore spaventato/spaventante (Main e Hesse, 1990). Main e Hesse hanno mostrato come le espressioni attonite e di paura immotivata del genitore rispetto alle contingenze ambientali possano divenire fonte di paura per il bambino. Su questa base, Liotti e collaboratori (1991) hanno poi ipotizzato che in pazienti psichiatrici con alterazione dello stato di coscienza fosse possibile riscontrare esperienze di lutto nella storia di vita dei rispettivi genitori, nel periodo immediatamente antecedente o immediatamente seguente la sua nascita, ed i risultati hanno concordato con le ipotesi inizialmente formulate: i pazienti i cui genitori avevano subito un lutto nei due anni precedenti o seguenti la nascita presentavano disturbi funzionali dello stato di coscienza in misura molto maggiore rispetto a pazienti i cui genitori non avevano subito tale lutto.

Secondo Liotti (1994), una figura di attaccamento (FdA) che suscita paura nel bambino lo espone ad una situazione paradossale, ponendolo in una condizione di paura senza soluzione che non può risolvere a livello comportamentale, portato da un lato a ricercare la vicinanza alla FdA e tentato dall’altro a fuggire dalla stessa perché fonte di pericolo.

Il comportamento spaventato/spaventante delle madri sembra essere, per il bambino, prodromico allo stabilirsi di un attaccamento di tipo disorientato/disorganizzato (D) (Main e Hesse 1990, 1992). Il disorientamento del bambino D deriva dalla rappresentazione ambigua e paradossale che questo si crea rispetto alla FdA, una figura che lo spaventa e che allo stesso tempo è spaventata. Ed è proprio la paura che il bambino percepisce nella madre spaventata che è in grado di incutergli timore, essendo inizialmente incapace di reagire significativamente a tale percezione e riuscendo esclusivamente ad uniformarsi alle emozioni della madre, sintonizzando su queste la propria esperienza, condividendole ed utilizzandole come informazione utile per leggere il mondo circostante.

Secondo Liotti (2001), i Modelli Operativi Interni (MOI), formatisi a seguito delle interazioni con una FdA spaventata/spaventante, inducono alla costruzione di rappresentazioni di sé-con-l’altro molteplici e reciprocamente incompatibili, che mutano continuamente polarità attraverso i vertici del triangolo drammatico di Karpman, tra la rappresentazione di vittima, persecutore e salvatore. Partendo da una memoria implicita della FdA che lo accoglie con espressioni di paura, il bambino può costruire una rappresentazione di sé come causa della paura che vede nella FdA (sé persecutore e FdA vittima), ma simultaneamente anche una rappresentazione dell’altro come malevolo, responsabile della paura sperimentata (sé vittima, FdA persecutore). Allo stesso tempo, il bambino può rappresentare se stesso come vittima e l’altro come salvatore, nel momento in cui la FdA accoglie il bambino, anche se con espressioni di paura, e addirittura la FdA come vittima e se stesso come salvatore, nel momento in cui il contatto del bambino con la FdA produce un allentamento della tensione nella stessa FdA. Infine, il bambino potrà sperimentare sia se stesso che la FdA come vittima, vulnerabili e spaventati di fronte ad un pericolo invisibile. Nel momento in cui la FdA diviene spaventante per il bambino, questo entra in una sorta di stallo funzionale, in quanto motivato alla vicinanza verso la FdA per la propria paura, ma allo stesso tempo impaurito dalla stessa FdA. Perdurando la situazione di paura, solo due alternative permetterebbero al bambino di uscire dalla spirale di paura-avvicinamento-paura-fuga-paura-avvicinamento (Liotti 1994): la disattivazione del sistema di attaccamento (cosa impossibile) oppure l’estraneazione della coscienza da quanto sta accadendo.

Liotti (1992) aveva già puntualizzato che questi comportamenti sono simili fenotipicamente agli stati dissociativi nell’età adulta, suggerendo così un possibile collegamento tra stati precoci simili alla trance e disturbi dissociativi successivi. E tenendo conto della già citata ipotesi di Perry (1995), secondo la quale l’esperienza ripetuta di esperienze dissociative nella prima infanzia sarebbe in grado di predisporre neurobiologicamente l’individuo a sperimentare stati dissociativi conseguenti, l’attaccamento D sembra essere prodromico alla manifestazione di stati dissociativi in adolescenza ed età adulta.

 

Riferimenti bibliografici

American Psychiatric Association (2000). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (4rd ed. Text revision). Author, Washington, D.C.. Tr. it. Manuale  diagnostico e statistico dei disturbi mentali (4a ed. text revision). Masson, Milano 2004.

Liotti G., Intreccialagli B., Cecere F. (1991). Esperienza di lutto nella madre e facilitazione dello sviluppo dei disturbi dissociativi della coscienza nella prole. Uno studio caso-controllo. Rivista di Psichiatria 26, 283-291.

Liotti G. (1992). Disorganizzazione dell’attaccamento e predisposizione allo sviluppo di disturbi funzionali della coscienza. In M. Ammaniti, e D.N. Stern (a cura di), Attaccamento e psicoanalisi. Editori Laterza, Roma.

Liotti G. (1994). La dimensione interpersonale della coscienza. Carocci, Roma.

Liotti G. (2001). Le opere della coscienza. Psicopatologia e psicoterapia nella prospettiva cognitivo-evoluzionista. Raffaello Cortina Editore, Milano.

Main M., Hesse E. (1990). The insecure disorganized/disoriented attachment pattern in infancy: Precursors and sequelae. In M.T. Greenberg, D. Cicchetti, e E.M. Cummings (a cura di), Attachment in the preschool years. Theory, research and intervention. University of Chicago Press, Chicago.

Main M., e Hesse E. (1992). Attaccamento disorgnizzato/disorientato nell’infanzia e stati mentali dissociate dei genitori. In M. Ammaniti, e D.N. Stern (a cura di), Attaccamento e psicoanalisi. Editori Laterza, Roma.

Perry, B.D., Pollard, R.A., Blakley, T.L., Baker, W.L. e Vigilante, D. (1995). Childhood trauma, the neurobiology of adaptation, and “use dependent” development of the brain: How “states” becomes “traits”. Infant Mental Health Journal, 16, 271-291.

 

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Francesco Albanese

Psicologo, psicoterapeuta, giornalista. Da quasi quindici anni mi occupo di divulgazione on-line e su carta stampata. Sono fondatore responsabile delle riviste Neuroscienze.net e QuanticaMente.net.
Da sempre interessato agli aspetti psicologici legati alla dimensione spirituale dell’essere umano, sono alla continua ricerca dei punti di incontro tra scienza e spiritualità.

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