La Teoria dell’Attaccamento


La teoria dell’attaccamento sottolinea il ruolo centrale delle relazioni nello sviluppo dell’essere umano, dalla nascita alla morte (Bretherton e Munholland, 1999). Postula che gli esseri umani abbiano una predisposizione innata a formare relazioni di attaccamento con le figure genitoriali primarie, che le relazioni di attaccamento abbiano la funzione di proteggere la persona attaccata, e che tali relazioni esistano in forma organizzata alla fine del primo anno di vita (Crittenden, 1999).

Pur derivando dalla teoria delle relazioni oggettuali, “si fonda su un nuovo tipo di teoria dell’istinto” (Bowlby, 1969, p. 37), attingendo dalla cibernetica, per i concetti di sistema comportamentale, di piano d’azione e di retroazione negativa, e dall’etologia, in particolare dagli studi di Lorenz sull’imprinting e dagli esperimenti di Harlow sulla privazione di cure materne riguardo ai macachi rhesus nei primi mesi di vita. Bowlby, infatti, non era pienamente convinto della correttezza delle ipotesi prevalenti sull’origine dei legami affettivi avanzate nella prima metà del XX secolo, ove la teoria psicoanalitica sottolineava come il legame emotivo con la madre[1] fosse una pulsione secondaria, basata sulla gratificazione dei bisogni orali (Fonagy, 2002).

Erano allora già disponibili i lavori di Lorenz (1935, cit. in Bowlby 1988, p. 24) sulla risposta, manifestata dagli anatroccoli, del seguire un essere umano, ma anche una scatola di cartone o un pallone (Bowlby, 1969), i quali lavori dimostravano che in alcune specie animali può svilupparsi nei confronti di una specifica figura materna un forte legame, che va al di là della richiesta di vicinanza come richiesta di nutrizione, dato che questi uccelli non si cibano attraverso i genitori, ma catturando autonomamente gli insetti. Inoltre, Harlow (Harlow e Zimmermann, 1959, cit. in Bowlby, 1988, p. 25) aveva mostrato la preferenza dei piccoli macachi rhesus per un soffice sostituto materno artificiale che fosse in grado di offrire esclusivamente calore, rispetto ad un freddo simulacro di ferro in grado di nutrirli. Le reazioni delle piccole scimmie di Harlow che, private della presenza del simulacro di stoffa rappresentante la madre, “attraversano correndo la stanza e si buttano a faccia in giù, comprimendosi convulsamente la testa ed il corpo ed esprimendo con grida lamentose il loro sconforto” (Harlow, 1961, cit. in Bowlby 1969, p. 266), sembravano anch’essi dimostrare una tendenza innata alla vicinanza, una vicinanza ricercata dal piccolo non per la soddisfazione dei bisogni alimentari. Infatti, la teoria dell’attaccamento “postula che la funzione biologica di questo comportamento sia la protezione, in particolare la protezione dai predatori” (Bowlby, 1988, p. 3). Il mantenersi vicino ad un caregiver aumenta, infatti, la sicurezza e la capacità di esplorare l’ambiente, consentendo inoltre l’interazione sociale e la difesa.

Studiando il comportamento dei piccoli di scimmia e dei bambini nei primi tempi di vita, in relazione alla madre ed all’ambiente, Bowlby poté notare la presenza degli stessi schemi di comportamento in specie diverse. In particolare, verificò che in presenza della madre il piccolo esplora l’ambiente circostante ed intrattiene qualche forma di relazione con i membri della famiglia o del gruppo. Al momento in cui è avvertita dal piccolo una qualche forma di minaccia, l’esplorazione cessa e questo torna prontamente alla madre per ricevere conforto e protezione. Per poter garantire a se stesso questa sicurezza, il piccolo tenta di rimanere vicino alla madre e protesta energicamente se ne viene separato.

Dal fertile terreno dell’etologia, dunque, Bowlby (1969) estrasse le dovute analogie tra il comportamento dei piccoli primati subumani (il macaco rhesus, il babbuino, lo scimpanzé ed il gorilla) e quello dei bambini, concludendo che ciò che egli definì sistema comportamentale di attaccamento, finalizzato alla ricerca e al mantenimento della vicinanza ad un altro individuo, era da interpretarsi in chiave evoluzionistica come un sistema promosso dalla filogenesi con lo scopo di proteggere i piccoli dai pericoli e tenerli a stretto contatto con la figura che li accudisce, e non solo per il loro nutrimento.

A questo punto è già possibile delineare le quattro caratteristiche che distinguono ogni relazione di attaccamento dalle altre relazioni sociali: la ricerca e il mantenimento della vicinanza fisica, l’angoscia da separazione dalla figura d’attaccamento e l’uso di questa come rifugio e come base sicura (Ainsworth, 1989, cit. in Shaver e Hazan, 1992).


[1] In realtà in termine madre non è esaustivo. Più corretto sarebbe utilizzare il termine anglosassone caregiver che indica, più in generale, la figura che si prende cura del bambino. In seguito, se non altrimenti specificato, i termini madre, padre e genitore verranno utilizzati non nel loro significato più strettamente biologico, quanto per indicare le figure genitoriali, coloro cioè che si prendono cura del piccolo.

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Francesco Albanese

Psicologo, psicoterapeuta, giornalista. Da quasi quindici anni mi occupo di divulgazione on-line e su carta stampata. Sono fondatore responsabile delle riviste Neuroscienze.net e QuanticaMente.net. Da sempre interessato agli aspetti psicologici legati alla dimensione spirituale dell’essere umano, sono alla continua ricerca dei punti di incontro tra scienza e spiritualità.

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