Modelli Operativi Interni


Natura e funzione

Secondo Bowlby (1969/1988) gli individui, nel corso dell’interazione col proprio ambiente, costruiscono dei Modelli Operativi Interni (MOI), o Internal Working Models, del mondo fisico e sociale che li circonda, che comprendono i Modelli Operativi di sé e delle figure di accudimento, nonché quello di sé-con-l’altro (Shane, Shane e Gales, 1997; Liotti, 2001). I MOI sono rappresentazioni mentali che hanno la funzione di veicolare la percezione e l’interpretazione degli eventi da parte dell’individuo, consentendogli di fare previsioni e crearsi aspettative sugli accadimenti della propria vita relazionale. Tali rappresentazioni non sono costruite dall’individuo come copie esatte del mondo reale, bensì come strutture mentali che contengono le diverse configurazioni (spaziale, temporale, causale) dei fenomeni del mondo e che possono essere modificate dal soggetto (Simonelli e Calvo, 2002), da qui la scelta dei termini “Modello” e “Operativo”, che suggeriscono rappresentazioni su cui un individuo può mentalmente operare per generare predizioni (Bretherton e Munholland, 1999). La funzione che i MOI assolvono è quella di consentire all’individuo di analizzare le diverse alternative della realtà, di optare per quella ritenuta migliore, di reagire alle situazioni future prima che queste si presentino, di utilizzare la conoscenza degli eventi passati per affrontare quelli presenti e di scegliere una modalità di azione ottimale in relazione agli eventi. Permettono dunque al bambino, e poi all’adulto, di prevedere il comportamento dell’altro e ne guidano le risposte, soprattutto in situazioni di ansia o di bisogno (Bowlby, 1973).

In un contesto relazionale primitivo, i MOI emergono come l’aspetto interiorizzato della qualità delle interazioni ripetute tra il bambino e la figura di attaccamento, dunque dell’attaccamento stesso, e contribuiscono a determinare il comportamento del soggetto e la strutturazione successiva delle relazioni di tale tipo, riflettendo la storia relazionale del bambino con l’adulto di riferimento. Gli elementi costitutivi di tale strutturazione sono la madre ed il suo modo di comunicare e comportarsi nei confronti del bambino, il padre e i suoi modi di interagire con lui, ed il complementare modello che il bambino costruisce di sé nell’interazione con ciascuno dei due. In altre parole, il bambino costruisce una personale immagine della madre e del padre (compresi i rispettivi modi che questi hanno di pensarlo) e di se stesso. Il modello di se stesso riflette l’immagine che i genitori hanno di lui, comunicatagli attraverso il modo in cui viene trattato e attraverso ciò che gli viene detto, ed è pertanto costituito da una rappresentazione di se stesso organizzata attorno alle aspettative di risposta delle figure di accudimento.

Persistenza e Cambiamento dei MOI

Per quanto riguarda lo sviluppo dei MOI, Bowlby fa riferimento alla teoria dello sviluppo senso-motorio di Piaget (1936) ed ai relativi processi di assimilazione (secondo il quale gli schemi comportamentali del bambino, inizialmente “vuoti”, necessitano dell’ambiente come nutrimento) e di accomodamento (che entra in gioco nel momento in cui il bambino fa degli sforzi per applicare lo schema) descritti dall’autore (Simonelli e Calvo, 2002). Attraverso le interazioni con l’ambiente, infatti, il bambino sviluppa una serie di schemi, all’interno dei quali possono essere incorporate esperienze; allo stesso tempo, gli schemi possono continuamente essere ridefiniti ed accomodati sulla base dei cambiamenti della realtà esterna, tra cui l’ambiente relazionale con la figura di attaccamento che muta col mutare dello sviluppo del bambino. Bowlby riteneva che nel corso dello sviluppo senso-motorio il bambino comprenda le relazioni nel contesto delle ripetute interazioni con le figure di accudimento. Secondo Bowlby, tali forme embrionali di rappresentazione di sé-con-l’altro mettono in grado il bambino di riconoscere gli schemi transazionali e quindi anticipare cosa la figura di attaccamento molto probabilmente farà. Con lo sviluppo della memoria rievocativa, essendo il bambino adesso in grado di capire che gli oggetti, genitori compresi, continuano ad esistere anche al di fuori del campo visivo, i modelli operativi cominciano a diventare intenzionali e possono cominciare ad essere usati per creare e valutare semplici piani di attaccamento, ad esempio cercare una figura di attaccamento (Bretherton e Munholland, 1999).

Nei primi anni di vita, dunque, i MOI sono relativamente aperti al cambiamento, in relazione al mutare della qualità dell’interazione con le figure di accudimento, ma nonostante le necessità di cambiamento, i MOI non possono neppure rimanere in una condizione continuamente fluttuante e già nel corso dell’infanzia cominciano a solidificarsi, fino a venir dati così per scontati che arrivano ad operare a livello inconscio (Bowlby, 1988), fino dunque a diventare tendenzialmente caratteristiche della personalità del soggetto, più che della relazione, così da rendersi disponibili nell’adolescenza e in età adulta come gamma di modelli gerarchicamente organizzati e riferiti a differenti aspetti della realtà (Hazan e Shaver, 1994).

Una prima resistenza al cambiamento viene costruita nel corso dei processi di assimilazione, ove la rappresentazione di precedenti transazioni influenza ciò che il bambino si aspetta dalla figura di attaccamento e, entro certi limiti, regola la percezione delle emergenti esperienze con questa. Di contro, modi di azione e pensiero che una volta erano sotto controllo tendono a diventare meno consapevoli e inaccessibili, poiché divengono abituali ed automatici, col guadagno di una maggiore efficienza, in quanto la richiesta di attenzione è minore, ma con la perdita di una certa flessibilità. In conclusione, il fatto che i modelli operativi e le aspettative individuali intervengano nelle interazioni relative all’attaccamento determina anche una certa stabilità.

Il cambiamento nei modelli operativi può determinarsi, ad esempio, quando un genitore precedentemente empatico, a causa di eventi personali, diventi ansioso o profondamente depresso, mancando di sensibilità nei confronti del figlio. Se ad esempio un genitore minaccia ripetutamente di abbandonare il bambino o di suicidarsi, così da scuotere la sua fiducia come base sicura, porta il bambino a ricostruire i modelli operativi di sé e dei genitori (Bowlby, 1973). Al contrario, se un genitore può diventare capace di rispondere più sensibilmente ai bisogni d’attaccamento del suo bambino, questo ricostruirà un modello operativo di sé valido ed uno complementare dei genitori disponibili e supportivi.

Poiché si ritiene che i MOI riflettano le interazioni esperite dall’individuo con le figure di accudimento, tali modelli in fase di sviluppo sono necessariamente complementari (Bretherton e Munholland, 1999). Infatti, “nel modello operativo di sé che ognuno costruisce, una configurazione chiave è proprio l’idea di come ognuno si senta accettabile o inaccettabile agli occhi delle proprie figure di attaccamento. Sulla struttura di questi modelli complementari sono basate le previsioni delle persone sul comportamento delle proprie figure di attaccamento, se saranno facilmente accessibili e responsive, se ritorneranno per dare aiuto” (Bowlby 1973, p. 203). È dunque dalla struttura di questi modelli che dipende la fiducia riposta dall’individuo nella figura di attaccamento, in termini di disponibilità. Un modello operativo di sé valido e competente è costruito nel contesto di un modello dei genitori disponibili emotivamente e materialmente supportivi nell’esplorazione. Di contro, un modello di sé svalutato e incompetente è la controparte di un modello operativo di genitori respingenti o indifferenti, o interferenti con l’esplorazione (Bretherton e Munholland, 1999).

I MOI: un Ponte tra Teoria dell’Attaccamento e Psicoanalisi?

Non è possibile nascondere che la teoria dell’attaccamento attinga inequivocabilmente a concetti propri del Cognitivismo. Il concetto di sistema a feedback negativo è alla base dell’opera “Piani e strutture del comportamento” di Miller, Galanter e Pribram (1963), adottata all’unanimità nella letteratura psicologica come primo mattone su cui l’intera teorizzazione cognitivista è stata costruita negli anni successivi. A loro volta, i tre autori avevano basato le proprie teorizzazioni sui concetti di robotica di Craik (1943), che in seguito avrebbero costituito fertile terreno a cui attingere per i teorici dell’intelligenza artificiale.

Tuttavia John Bowlby, membro della “British Psycho-Analytic Society”, era ben familiare al pensiero di Klein, Fairbairn, Winnicott e chiaramente del padre della psicoanalisi, Sigmund Freud. Ed è proprio con questo che è possibile trovare un punto di contatto tra teoria dell’attaccamento e Psicoanalisi attraverso il ponte dei Modelli Operativi Interni. In Compendio di Psicoanalisi, la definizione di Freud (1938) del mondo interiore sembra anticipare le teorizzazioni che sarebbero state proprie di Bowlby (Bretherton e Munholland, 1999):

«il prodotto delle nostre percezioni primarie portato alla luce dal lavoro scientifico sarà composto da una comprensione delle connessioni e relative relazioni che sono presenti nel mondo esterno, che, in qualche modo, possono essere fedelmente riprodotte o riflesse nel mondo interiore del nostro pensiero, la cui conoscenza ci rende capaci di “capire” qualcosa nel mondo esterno, per prevederlo e possibilmente per alterarlo» (pag. 53; corsivo degli autori).

E ancora, riferendosi alla funzione del mondo interiore nel guidare un comportamento particolare di un individuo, aggiunge:

«il compito costruttivo [dell’Io] consiste nell’inserirsi tra la richiesta fatta dall’istinto e l’azione che lo soddisfa: è l’attività del pensiero che, dopo aver colto il presente ed aver valutato le esperienze più precoci, tenta attraverso i significati delle azioni di cui ha esperienza di calcolare le conseguenze del corso delle azioni che si prefigge. In questo modo l’Io giunge a decidere se sia utile realizzare o ritardare il tentativo di ciò che vorrebbe raggiungere, o se sia necessario inibire completamente la richiesta dell’istinto in quanto dannosa» (pag. 56; corsivo degli autori).

Non è difficile rinvenire nel concetto bowlbiano di MOI, circa la loro funzione di griglia di lettura del mondo e la loro funzione direttiva rispetto alle decisioni che l’individuo periodicamente si trova a dover prendere, l’eco delle parole di Freud. Ciò nonostante, Fonagy (2002) ritiene fuorviante il tentativo di delineare punti comuni e differenze fra il pensiero di Freud e l’attuale Teoria dell’Attaccamento, in quanto, ogni fase teoretica freudiana presenta punti di corrispondenza e di divergenza con la Teoria, “e per chi conosce a fondo il pensiero di Freud non sarebbe difficile costruire un quadro in cui il padre della psicoanalisi potrebbe essere visto alternativamente come alleato o come ostile antagonista della teoria dell’attaccamento” (Fonagy, 2002, p. 47).

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Francesco Albanese

Psicologo, psicoterapeuta, giornalista. Da quasi quindici anni mi occupo di divulgazione on-line e su carta stampata. Sono fondatore responsabile delle riviste Neuroscienze.net e QuanticaMente.net.
Da sempre interessato agli aspetti psicologici legati alla dimensione spirituale dell’essere umano, sono alla continua ricerca dei punti di incontro tra scienza e spiritualità.

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