domande e risposte


Di seguito, trovate la risposta ad alcune delle domande che mi sono state fatte dai lettori di Perché mi Capita? e che mi sono sembrate più interessanti. Ho deciso di pubblicarle, col benestare degli interessati, perché forse possono essere utili anche ad altri.

Buona lettura!

La meditazione

Le faccio i miei complimenti per il suo libro che ha il pregio di aver trattato argomenti complessi con parole semplici, grazie a lei molti si avvicineranno a questi temi importanti per la crescita personale, anche se ambedue sappiamo che la maggior parte delle persone sono dei bellissimi cervelli sinistri chiusi con un lucchetto a doppia mandata, questo, e lei mi insegna, grazie alle programmazioni ricevute da genitori, scuola, chiesa e media.
Vorrei farle una domanda: è necessario meditare per arrivare alla coscienza o pura consapevolezza e scegliere  attraverso le infinite varianti quello che desideriamo prendere dalla nostra akasha dentro il nostro dna, fin qui ci  siamo, ma il problema, per lo meno il mio, è di accorgermi di aver contattato la coscienza solo dopo esserne uscito, anche Kislow, che lei ha citato, afferma la stessa cosa. Quindi come risolvere il problema?. Per esprimere un desiderio alla coscienza bisogna essere in alfa, o meglio in theta,ma quando ci siamo non c’è spazio per le richieste, perchè appannaggio della mente, quindi alla fine si torna in beta e siamo daccapo…

Massimo

La tua è una buona domanda, ma per risolvere il problema è sufficiente cambiare i presupposti.
Innanzitutto, tieni presente che io non sono affatto un maestro, quindi ciò che dico, e che ti dico, è solo il mio punto di vista.
Dicevo dunque, cambiare i presupposti: non è necessario che l’intento venga formulato durante lo stato di meditazione profonda. Hai presente l’esperimento dell’EarthMath institute che ho riportato nel libro? Chi aveva formulato l’intento di far dispiegare le eliche del DNA esperendo contemporaneamente emozioni positive aveva prodotto degli effetti concreti. O ancora, Gregg Braden nel libro La Matrix Divina, ma soprattutto nel video (sempre La Matrix Divina, o qualcosa di molto simile – tra l’altro, se non li hai letto e visto, te li consiglio) racconta dell’amico indiano Hopi che, data la siccità di quei giorni, invia l’intento di far piovere. E lo fa esperendo contemporaneamente la gioia del “come se” stesse davvero già piovendo, esperendo la sensazione del contatto della pioggia sulla pelle e dei piedi che camminano nel fango. O ancora, anche Kinslow (da qualche parte, non ricordo esattamente in quale libro – alla fine mi sembrano tutti uguali…), e non solo lui, dice di formulare l’intento prima di entrare in uno stato di coscienza non ordinaria (anche se lui non usa questa espressione, alla fine chiede di fare questo…). E’ un po’ come la lettera che metti nella cassetta postale: se ne sta lì, fino a che non arriva il postino a prenderla e la fa partire… La Coscienza sa che (per rimanere sulla metafora) quella lettera è lì. Non è necessario consegnarla nella mani del postino (lo stato non ordinario di coscienza) nel momento esatto in cui si presenta.
La meditazione: a cosa ci serve allora?
La nostra zavorra sono gli Ego (io parlo al plurale perché seguo gli insegnamenti dello Gnosticismo Ermetico, ma va bene anche parlare al singolare se non ti ci trovi col plurale). Sono quelli che ci disturbano, che “ci fanno i dispetti” quando proviamo ad entrare intenzionalmente in uno stato meditativo, non ordinario di coscienza. Con la meditazione possiamo arrivare a contattare la Coscienza, la nostra Coscienza, e di conseguenza quella che possiamo chiamare Coscienza Cosmica. Con la meditazione, apriamo la nostra scatola e guardiamo cosa c’è dentro. Quindi, meditando costantemente, da un lato “prendiamo una boccata d’aria fresca” ogni volta, dall’altro tracciamo un percorso che porta alla Coscienza, un percorso che inizialmente produrrà solo lo schiacciamento dell’erba sotto i nostri piedi, ma dove l’erba non crescerà più, se continuiamo a passare da lì… Avremo tracciato un percorso preferenziale che ci porterà, sempre più facilmente, e sempre più vicini, alla Coscienza. Se, anche il questo caso, formuliamo l’intento prima di entrare in uno stato meditativo profondo, il gioco è fatto (si fa per dire…)

L'osservazione

Perché al rilevatore dell’esperimento bastava “osservare” per far collassare l’onda mentre noi abbiamo bisogno di usare le emozioni per cambiare la realtà?

Sara

Far collassare la funzione d’onda e cambiare la realtà non sono la stessa cosa.

Far collassare la funzione d’onda significa far emergere la particella dall’onda di probabilità. È quello che accade nell’esperimento della doppia fenditura col rilevatore, ma è quello che accade costantemente a noi istante dopo istante mentre viviamo il mondo che abitiamo (per questo motivo Wheeler parla di “partecipazione” dell’osservatore alla creazione dell’universo). Quando però parliamo di osservazione, non dobbiamo intenderla nel senso più stretto del termine. Infatti il rilevatore di per sé non osserva. È il ricercatore che osserva, attraverso il rilevatore. È la consapevolezza del ricercatore di aver posizionato il rilevatore che, come dire, perturba il sistema e provoca il collasso della funzione d’onda. Non a caso, Capra, in Il Tao della Fisica, ci dice che ha senso parlare di particelle solo durante la fase iniziale e quella finale di un esperimento: guardo le condizioni iniziali (sparo una particella, o due, o cento, o un fascio) e poi guardo quelle finali, come è andata a finire (la particella è passata da destra o da sinistra?): nel mezzo, non ci sono particelle, ma solo onde di probabilità.

Cambiare la realtà è un’altra cosa. Intanto: cambiare rispetto a cosa? Potremmo dire, rispetto alla realtà “che verrebbe da sé, se neanche ci ponessimo il problema”. Che è di fatto ciò che accade in ogni istante: apriamo gli occhi al mattino e la nostra camera è già lì, con la stessa maglia buttata sul bracciolo della sedia e la tapparella chiusa come l’avevamo lasciata la sera prima. Nessuno di noi fa alcun tipo di sforzo per trascinare via dal campo quantistico tutte le particelle che servono per ricostruire la maglia, la sedia, o la tapparella. Il “cosa” (quella realtà) viene da sé, il “perché” ce lo mettiamo noi (con la nostra osservazione/coscienza). Lo stesso vale chiaramente per il DNA dell’esperimento condotto all’istituto HeartMath, che ho riportato nel libro. La Coscienza (Cosmica) crea il DNA in quella specifica forma, perché quella è la conformazione del DNA (una regola c’è, le cose non si creano a caso, e questa regola la dà appunto la Coscienza). È la Coscienza Cosmica (il “grande osservatore”) a far sì che il DNA si crei. È la Coscienza Cosmica a decidere il “come”. Mica è la nostra coscienza individuale a creare il DNA così com’è, a deciderne la forma. Chi aveva mai pensato alla doppia elica prima del ’53, quando fu scoperto da Watson e Crick? Eppure il DNA era già lì, sotto forma di onda di possibilità. Osservando, semplicemente trasformiamo questa possibilità in realtà.

Allora, cambiare la realtà, vuol dire “interferire” con la Coscienza Cosmica (l’”osservatore per eccellenza”) e chiedere una “modifica della regola”. E questa richiesta le arriva soltanto in un “pacchetto” confezionato con intento ed emozione (in La Matrix Divina, Gregg Braden argomenta molto bene questo concetto).

Quindi, la nostra osservazione provoca il collasso della funzione d’onda e facciamo sì che la realtà si crei, secondo un ordine prestabilito. Se vogliamo che quest’ordine venga alterato, variato, cambiato, dobbiamo unire all’intento un’emozione. E poi, come dice Amit Goswami (anche se non con queste precise parole, ma il concetto è questo), sarà la Coscienza ad avere l’ultima parola. E per questo motivo, non proprio tutto può essere cambiato.